La normativa urbanistica italiana

Dopo l’unificazione nazionale, lo stato italiano fu obbligato a pronunciarsi legislativamente in modo da radunare il paese sia a livello amministrativo che culturale, a garanzia del funzionamento dell’apparato pubblico su tutto il territorio nazionale.

Come conseguenza di ciò, si produssero delle migliorie in quasi tutte le strutture pubbliche, dagli acquedotti alle ferrovie, dalle caserme alle sedi dell’amministrazione pubblica, provocando la crescita delle città.

Allora, la legislazione italiana, influenzata dalla francese, davanti a tutte le problematiche cagionate dai rinnovamenti in atto, decise di emanare disposizioni urbanistiche, imponendo a tutti i comuni di almeno diecimila abitanti l’obbligatorietà della creazione del proprio piano regolatore. Comunque l’impreparazione tecnica comunale portò non poche difficoltà per l’applicazione della legge.giampiero martini

Dopo la prima guerra mondiale, le problematiche urbanistiche s’intensificarono perché lo stato si ritrovò con la contrapposizione delle città devastate e lo sviluppo dell’industria automobilistica, quindi con la necessità di creare aggregati urbanistici nuovi, recuperare quelli distrutti e costruire strade per i nuovi mezzi di trasporto. Ciò costrinse il governo a un cambio di rotta legislativo, per cui l’obbligo dei piani regolatori si estese a tutte le circoscrizioni comunali.

Finalmente, nel 1942, si approvò la legge urbanistica fondamentale italiana che consentì una vera svolta legislativa alla materia trasformando l’urbanistica in una disciplina giuridica indipendente, perciò la pianificazione del territorio abbozzò il suo vero rinnovamento a livello nazionale.

Poiché le sciagure urbanistiche della seconda guerra mondiale furono devastanti, si presentò la necessità di introdurre, assieme alla legge urbanistica del 1942, dei piani di ricostruzione; con ciò, si sperava di risolvere le problematiche legate alla ricostruzione del territorio urbano; purtroppo non fu così, l’applicazione parziale della legge urbanistica generale insieme al mancato rispetto dei piani regolatori portarono a una crescita urbanistica caotica, massacrando l’assetto territoriale.

Nel tempo, l’edilizia abusiva si allargò e nonostante la nota-legge-ponte per l’urbanistica del 1967, gli abusi edilizi proseguirono, principalmente nel sud del paese. Tutto ciò condusse il legislatore a scegliere la strada della sanatoria delle opere costruite abusivamente, quindi all’approvazione di leggi che permettessero i condoni edilizi.

La crescita economica degli anni sessanta portò anche all’esigenza abitativa per le classi meno abbienti, pertanto l’edilizia statale ebbe la necessità di acquistare nuovi terreni per urbanizzare a prezzi contenuti, facendo sorgere in questo modo i conosciuti piani di zona. Sempre in questo periodo e per la fascia di popolazione di ceto medio, si crearono i piani di lottizzazione che prevedevano una convenzione fra ente pubblico e privato cittadino con la cessione gratuita di un’area da destinare alla costruzione di opere urbanistiche primarie.

A oggi, con la riforma dell’art. 117 della Costituzione Italiana, le regioni quali governo del proprio territorio, legiferano in materia di pianificazione urbanistica nel rispetto della legge generale e le sue successive modifiche e integrazioni.

Per ulteriori approfondimenti della materia si consiglia la lettura del testo  di Giampiero Martini,  docente di Legislazione Opere Pubbliche presso l’Università di Bologna.

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